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Cuore nero

Ho passato un bel po’ del mio tempo della giornata di ieri alla caserma dei carabinieri di Secondigliano, poichè una mia cara zia (92 anni) doveva fare una denuncia per furto; in realtà ci sono tornato ben 3 volte, per pigrizia dei solerti carabinieri o per mancanze nostre. In più mettiamoci il tempo che ci ho messo a trovarla, in quelle viuzze strette e ammassate alle spalle del Corso, con persone che sembrano più impegnate a creare confusione in strada, rendendo difficile il procedere, che a fare altro.

Il "presidio" dello stato nella zona consiste in una palazzina non molto alta, di colore giallo spento – sporco, con una minuscola targa "Carabinieri" sul davanti: una palazzina prefabbricata del tutto identica ad un’altra sita al suo fianco, adibita ad uso abitativo. Ci facciamo largo tra una montagna di rifiuti (una nuova sfida per coraggiosi e mascherina-muniti alpinisti!), richiamando in me tutto le mie super forze da Hulk riesco ad aprire la pesantissima porta blindata, ed entriamo in questo fetido e squallido edificio, senza ascensore, con le mura decadenti e nulla che faccia intendere di trovarsi in un posto di polizia, nell’anno 2008, in uno stato industrializzato moderno e per di più occidentale (in senso aggettivale, non geografico): incontriamo piantoni scocciati ed arroganti (mi trattengo dal finire in galera per offesa a pubblico ufficiale, ma c’è mancato poco), che non hanno educazione neanche nei confronti di persone anziane e malferme, che con tremolante ma tanto dignitosa forza hanno salito le scale fino agli uffici del primo piano; piantoni che si scagliano contro di me come se fossi venuto lì quasi a dargli fastidio, come se fossi anche io un filo di quell’erba che loro sono abituati a prendere in un unico fascio, poi però incrociamo agenti più disponibili e cortesi, rispettosi della splendida anzianità, gentili nell’acoltare ma ugualmente dubbiosi (forse tediati?) nel procedere con la denuncia, fino a vedere esaudita la nostra richiesta. Attendo in quel piccolo spazio, assieme alle mie due anziane signore, un tempo indefinitivamente lungo (ma definibile temporalmente: quasi 2 ore) la stesura della denunzia, interrotta mille e mille volte (è possibile che il nostro disponibile carabiniere debba fare tutto da solo?) da telefonate, saluti a colleghi, consigli a marescialli dubbiosi sul fidarsi o meno di una concessionaria di auto, intervallate da mie profonde e attente valutazioni sulle crepe del muro, sulla scrivania da discarica messa lì chissà per quale motivo, sui criteri di valutazione per essere ammessi nell’Arma (se non fossero aggirati avremmo dei super agenti!!!), su come fumano molti di coloro che entrano ed escono, passando sotto il cartello "Non Fumare", sulla targa della cittadinanza "Alla Caserma dei RR. CC. di Secondigliano – anno 1930, VIII", sullo squallore non solo del posto, ma dell’aria che si respira, carica di carte burocratiche, di ipocrisia ignoranza e disperazione: un luogo senza uscita, un tubo, un imbuto dal quale si rischia di non uscire più.

Per nostra fortuna tutto questo ha avuto termine, mia zia ha smesso di lamentarsi a bassa voce, facendoci rischiare una notte in guardina, e la nostra compagnia barcollante si è avviata all’auto, parcheggiata per tutto il tempo in "Divieto di sosta e di fermata – Escluso Carabinieri", proprio di fronte alla caserma; l’auto anch’essa ormai barcollante, dotata di più toppe che optional di serie, ci ha accompagnati fino a casa, fungendo a volte da spala-spazzatura (nuovi dispositi tecnologici in funzione a Napoli), perchè in certe strade strette è d’obbligo passare sulla munnezza ammassata. Sotto casa, apro la porta a mia zia e l’aiuto a scendere: "Ai miei tempi non ci avrebbero trattato così, facendoci perdere tutto questo tempo". Ci credo zia, ci credo…

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La Storia

Come voi tutti ormai saprete, anche stavolta mi diletto nel tentativo di fare un esame: e così per la 246ma volta mi son messo a leggere i libri di "Storia del Giornalismo"; la molla che mi fa tentare l’impresa (tale è per me, e non scherzo!) è stato il giuramento fatto con un mio amico, il quale mi ha praticamente obbligato a tentare il tutto per tutto da oggi al 18… ma sorvoliamo su questo. Ciò che vi volevo raccontare sono stati i 3/4 d’ora passati insieme a mia zia Rita, che rappresenta per me qualcosa di molto simile ad un monumento nazionale: ha 89 anni, è nata nel 1915 e all’epoca dell’armistizio con gli Alleati aveva 28 anni… basta per rendere l’idea? Aggiungo anche che i suoi genitori sono nati nel 1884. A furia di leggere dati storici, di Mussolini, di Hitler e compagnia bella, mi è venuta una gran voglia di sapere qualcosa in più, qualcosa che riguardasse "gli umili", che fosse inerente a chi la storia spesso la fa e sicuramente sempre la subisce. Così, mentre sto facendo i piatti (li faccio per fare colpo sulle donne), le chiedo all’improvviso "zia, ma tu hai mai ascoltato Radio Londra o Radio Mosca?"; ovviamente ho dovuto ripetere la domanda altre due volte prima che fosse chiaro cosa intendevo, ma da lì è iniziato tutto un discorso, o per meglio dire, un monologo di mia zia; monologo non voluto da lei, ma creato dal mio rispettoso silenzio, rotto solo da qualche telegrafica, nuova, domanda che le ho rivolto ogni tanto: "cosa hai provato quando si è creato il governo Badoglio?", "Qualcuno della nostra famiglia ha partecipato alla guerra?" e così via.

Ho così saputo che alla seconda guerra mondiale, facendo i conti, nessuno ha partecipato in zone di guerra, (solo un cugino di mia zia, attualmente generale in pensione dell’esercito, che è stato mandato sul fronte russo); alla prima è più difficile risalire completamente, però è certo che suo padre neanche ne ha preso parte attivamente, anche se arruolato. Che Radio Mosca e Londra si ascoltavano nel timore di essere scoperti; che, all’indomani dell’Armistizio, passarono camion tedeschi sulla strada sotto casa mia carichi di soldati spaventati, i cui occhi pieni di terrore mia zia riuscì a vedere, prima di nascondersi quando le puntarono il fucile contro. Ho saputo che sul tetto di casa mia sono stati nascosti partigiani o comunque disertori dell’esercito (questo non l’ho capito bene), ai quali vennero dati vestiti civili; che vennero i soldati americani a chiedere se qui c’erano "signorine", ma furono mandati via…

Sicuramente c’è chi può raccontare aneddoti più avvincenti dell’epoca, a cui hanno preso parte esponenti della propria famiglia, ma a me ciò è bastato. , Ho percepito chiarissima la necessità del silenzio e del divieto di qualsiasi  facile dissenso, che nasceva in me all’esposizione di certe idee (mia zia, all’epoca, era fascista convinta); ho cercato di immedesimarmi in lei, e mi sono ancora di più convinto che la storia la fanno i vincitori.

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