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“Dopo alcune settimane mi iscrissi all’università H. Non ebbi che delusioni. Le lezioni di storia della filosofia erano scialbe e prodotte in serie come la vita dei giovani studenti. Tutto seguiva uno stampo, l’uno agiva come l’altro, e l’allegria accaldata sulle guance giovanili era vuota in modo sconfortante e pareva roba prefabbricata. Io invece ero libero, avevo tutta la giornata per me, abitavo tra vecchie mura alla periferia e avevo sulla tavola alcuni volumi di Nietzsche. Con lui vivevo, sentivo la sua solitudine, intuivo il destino che lo spingeva senza posa, soffrivo insieme a lui ed ero contento che uno avesse fatto la sua strada così inesorabilmente.” (Hermann Hesse, Demian)


Quando lessi questo testo frequentavo ancora il quarto anno di liceo; mi sembrò di un’attualità incredibile. Si poteva benissimo riferire alla maggioranza dei miei compagni; risate monotone, parole ripetute e vuote, paraocchi perenni. Non vedevano com’erano scialbi? Io volevo trovare qualcuno dal quale apprendere, essere ispirato… ma nulla! Ero un ragazzo che si andava formando, la mia vita passata doveva essere buttata nel cesso: avevo provato da sempre la sensazione di essere il figlio perfetto (infelice) e l’alunno che tutti i professori volevano; la “coscienza della classe”, come mi definì una volta una professoressa. Decisi che volevo assaggiare anche l’altra parte, quella di coloro che non erano quasi mai preparati, di quelli che facevano i ritardi sistematici per evitare le interrogazioni; pensai: se cresco senza avere coscienza del fallimento, che razza di uomo sarò? Uno di quei boriosi figli di cani che pensano di sapere tutto? No, non sarei mai potuto essere così… ma cambiai lo stesso. E lo feci alla mia maniera; come prima andavo bene ora andavo male; ricordo che per tutto l’anno in filosofia non fui interrogato neanche una volta, presi tutti impreparati ed uno zero, ma anche un nove ad uno scritto… Come godevo quando accadevano queste cose! Mi ha sempre fatto felice mandare in crisi i professori! Come quella paranoica di matematica che, nonostante non facessi nulla da un anno e avessi il debito anche in fisica, mi considerava una specie di genio; che idiota! Mi guardava e quando non ripondevo pensava che lo facevo per ripicca. Ah!


Non pensate che le parole di Hesse possano riferirsi molto bene anche alla nostra università? Lui sì che è stato un vero conoscitore del mondo e della natura umana…

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