Ho letto un po’ in giro nella blogosfera, quella dei miei amici, non ho interesse in quella degli altri, e mi sono reso conto di come negli ultimi posts si ritrovino riferimenti alla camorra, al sud, alla spazzatura (tossica e meno tossica) che ci ha sommerso, sommerge e ci sommergerà: conscio del fatto che probabilmente avremo tutti visto l’intervista di Saviano a Che tempo che fa di domenica, anch’io seguo "la massa", continuando questo rigurgito di bile che nessuno di noi ha mai potuto facilmente dissimulare. Come tutti sapete, io sono sempre stato uno dei più grandi ottimisti sulla razza umana, sul suo sviluppo, sulle possibilità di migliorie in tutto ciò che ci circonda, ma ultimamente, scontrandomi sempre più col mondo stressato degli "adulti", non lo sono più. Comincio ad essere conscio che io, per estrazione sociale, per aspirazioni, per incorrutibili (questo me lo autoriconosco, scusatemi l’arroganza) ideali, per desiderio palese di condurre una vita normale, dovrò abbandonare la mia terra, lasciando dietro di me una scia di dispiacere, e l’ombra visibile del tradimento. Della fuga dal nemico.
Ho voglia di abbandonare il mio continuo stare all’erta, che ormai è così connaturato in me da sembrarmi null’altro che una particolare, e del tutto naturale, funzione del mio cervello; ho voglia della facoltà di poter almeno vagliare, nell’acquisto di un’auto nuova, quelle di ultima uscita e non di doverle escludere a priori; ho voglia di non passare tutta la trafila volantinaggio-cameriere-callcenter (ovviamente in nero e per pochi spiccioli a giornata) per poi ritrovarmi con la laurea ed un contratto a tempo determinato della durata di alcuni mesi, perennemente da rinnovare; ho voglia che non debba esser preoccupato per mio fratello se esce con la macchina (è decisamente nervosetto alla guida); ho voglia di poter farmi sempre gli affari degli altri, scrutare le zone d’ombra, annotare i movimenti sospetti e denunciare ogni minima nefandezza, senza la pressione dell’antico adagio "Chi si fa gli affari suoi, campa cent’anni" (sempre vero, purtroppo)… ho voglia, voglia, voglia, che il mondo che mi circonda si metta a girare all’incontrario, che il pianeta si decida una buona volta a sovvertire le sue regole naturali cosicchè, nell’a-naturale movimento, si possa ristabilire un giusto verso alle cose (paradosso emblematico).
Avrei voglia (meglio il condizionale – modo delle possibilità – ad un indicativo fragile nelle sue certezze) di non dover andare fuori, scegliere una soluzione così anacronistica, quasi ridicola, quasi impronunciabile per la sua assurdità, eppure così reale: emigrare. Come ad inizio secolo ed anche prima. Ho voglia si. Ma le valigie già sono pronte, e con loro non il mio cuore.