Quello che sto per scrivere è stato già scritto tante volte; forse lo si scrive ogni giorno, ma certo appartiene ad ogni tempo. Sono cose già dette e pensate. Tornado a casa, stanotte, dopo l'ennesimo mio girovagare mentale e il mio egoismo camuffato da tristezza, mi sono imbatutto in un manifestino con la faccia di un uomo stampata sopra: un uomo di 58 anni, sparito da qualche giorno. L'unica cosa che ha lasciato di lui è l'automobile all'imbocco di un'autostrada. Automobile con sportelli aperti, e di lui nessuna traccia. La foto scelta per il manifestino è la classica fototessera da carta d'identità, ma l'uomo non è venuto male come sempre: ha gli occhi duri e fissi, per niente paurosi. Anzi, anche troppo vivi. Guardandoli mi è venuto da pensare, un pensiero al limite della certezza, che si fosse allontanato da casa consapevolmente, che fosse una sua scelta quella di lasciare la famiglia nell'angoscia; sentimento forte l'angoscia, talmente forte che se provato può far impazzire; ma l'uomo ha forse deciso di farlo provare alle persone a lui più care. Da queste considerazioni è facile partire per la tangente, e chiedersi il perché di un simile gesto; la domanda così formulata cessa di avere il punto interrogativo appena affiora alla mente. Come non comprenderlo, come biasimarlo, se ha seguito semplicemente il suo istinto, se la sua voce interiore chiedeva il vuoto intorno, chiedeva la solitudine delle parole non dette, il cammino delle stelle di notte, lo sguardo non ricambiato della donna della tua vita. L'uomo forse ora è felice, di quella felicità che solo la tua scelta, anche sofferta sa dare. La felicità dell'Uomo che va incontro al suo destino, la felicità del mondo che ci si rivela, dell'universo dispiegato nell'istante in cui lo guardiamo.
Ho ammirato quell'uomo, ho compreso il suo gesto, ho invidiato i suoi occhi vivi e forti, il suo viso sicuro, la sua scelta di vita.